8 Settembre 2020

“Io ci sono…per galleggiare o per navigare?”

Con questa domanda proiettata sul grande schermo, noi giovani animatori familiari siamo stati accolti in una SFAF (Scuola di Formazione per Animatori Familiari) del tutto inedita, perché dedicata proprio a noi.

Perché una Sfaf per giovani animatori familiari?

A causa dell’emergenza pandemica provocata dal virus Covid-19, non è stato possibile realizzare in presenza il consueto incontro delle numerose famiglie che da 15 anni si muovono da tutta Italia – e non solo – per vivere un’esperienza intensa di formazione e comunità.  Coerentemente con il carisma salesiano che caratterizza la Scuola, non si poteva rimanere fermi!!!

La SFAF si sviluppa intorno ad un nucleo principale: l’importanza della pastorale familiare per la crescita della società attraverso la formazione delle coppie e delle famiglie e la preparazione dei giovani alla famiglia. In base a questo obiettivo di fondo e nell’impossibilità d’incontro in presenza di tutte le famiglie per le norme di contenimento del virus, il Consiglio direttivo dell’Associazione Cerchi D’Onda ha realizzato da un lato una Scuola di formazione digital edition per le famiglie e dall’altro una Scuola di formazione in presenza per quei giovani animatori familiari che si sono sempre messi a servizio delle famiglie e che hanno lavorato anche in quarantena per l’organizzazione di quella che sarebbe dovuta essere la sedicesima edizione di questa esperienza. 

Quale l’obiettivo? 
La formazione di noi giovani animatori (un gruppo di circa 25 ragazzi tra i 18-26 anni) ha assunto una notevole rilevanza nell’ottica in cui “solo chi ha, può dare”, ossia soltanto migliorando noi stessi e il nostro essere animatori possiamo dare una formazione autentica ai ragazzi universitari, del liceo, medie ed elementari con un’attenzione particolare anche ai bambini del nido e della materna che incontriamo nella SFAF.

“Siamo chiamati, in definitiva, ad essere testimoni se ciò che proclamiamo appartiene al nostro “credo”.  Sentire dentro il “fuoco” dell’Amore è fondamentale perché altrimenti non passa all’altro, non si trasmette. Solo l’entusiasmo vivo arriva all’altro, altrimenti è una trasmissione di saperi che nulla ha a che fare con la trasmissione di emozioni e sentimenti.  Tale differenza è dirimente e determinante. L’educazione vera, quella verticale, avviene attraverso l’esempio, tramite la gioia esperita!”.

Questa citazione, tratta dal libro su cui si è basata parte della formazione (“Scatena la Vita! Se hai un perché troverai ogni come” di uno dei nostri relatori, Alfredo Altomonte), racchiude l’obiettivo a lungo termine che si è preposta questa esperienza progettata per noi giovani animatori ragazzi con “una sensibilità fuori dal comune”, come ha sottolineato Don Mario Oscar Llanos, Presidente di Cerchi D’Onda.

In questa direzione siamo stati guidati dai professori Raffaele Mastromarino, Raffaela Bagnati e Alfredo Altomonte durante tre giorni di intensa formazione, periodo in cui parallelamente è stata svolta la SFAF digital edition per le famiglie a cura del Consiglio direttivo e dei relatori Raffaele Mastromarino, Mara Scoliere, Maria Gioia Milizia, Maurizio Maltese e Claudia Magliocchetti.

Appena noi animatori ci siamo rivisti presso la struttura delle suore della Colonia di San Benedetto a Cetraro Marina, tutti dotati di mascherine che coprivano il nostro sorriso e nell’impossibilità di abbracciarci, comunque nell’aria potevamo respirare gioia e stupore.

Dopo tanti mesi di videochiamate per organizzare la formazione e giochi dei ragazzi a noi affidati per un’ipotetica edizione 2020, ci siamo trovati lì, nello stesso posto dello scorso anno, ma senza quel rumore che facevano i cuori di tutte le famiglie quando si incontravano. Dopo il momento festoso iniziale i relatori ci hanno presentato il programma e i principali temi che avremmo trattato nelle successive giornate. Con sguardo autorevole ed amorevole, il professor Raffaele Mastromarino si è posizionato al centro della stanza con due caraffe e due bicchieri. È calato un silenzio, colmo di attenzione.

L’acqua nelle due caraffe rappresenta le cose della vita, gli impegni, le preoccupazioni. Il bicchiere siamo noi.  Se versiamo troppa acqua nel bicchiere, questa dopo poco tempo fuoriesce da esso. Il risultato è che non sapremo mai quale acqua sarà dentro al bicchiere, ovvero non ci focalizziamo sugli obiettivi della vita, ma disperdiamo le energie in cose futili che ci creano solo confusione.  Se versiamo il giusto quantitativo di acqua nel bicchiere siamo in grado di accoglierlo tutto, sapendo benissimo di che acqua si tratta. Il mondo di oggi, come dice Kierkegaard, è il mondo delle infinite possibilità, possiamo fare tutto, ma rischiamo poi di non concludere niente. Bisogna stare attenti a cosa dedicare le proprie energie e tempo. Da qui abbiamo cominciato il nostro percorso insieme

Cosa hanno significato questi giorni per noi animatori?

È stata un’esperienza molto profonda, perché ha richiesto che noi animatori ci mettessimo in gioco nelle attività e soprattutto in discussione per migliorarci con un denominatore comune: il servizio. Come un giorno ha sottolineato la professoressa Raffaela Bagnati, “voi non siete diversi, bensì differenti”. L’attenzione va posta sul piano semantico: il primo termine (‘diversi’) deriva da divergere dalla sua etimologia latina emerge che la particella “di” indica il senso dell’allontanarsi e il verbo “verto” indica il volgersi verso, girarsi; quindi il senso etimologico rimanda proprio ad un allontanarsi cambiando direzione, muoversi in direzioni diverse. Invece il secondo termine (‘differenti’) deriva dal verbo latino differre, in cui la particella “di” indica il senso dell’allontanarsi e il verbo “fero” significa portare; anche qui il senso etimologico riguarda una lontananza, ma in questo caso portando qualcosa, un arricchimento.

Così i relatori ci hanno aiutato a vedere e a pensare al nostro gruppo di animatori come un gruppo eterogeneo in termini di differenza; tramite un confronto reciproco nella verità, portando un arricchimento all’altro, convergere insieme verso una direzione comune: l’educazione dei ragazzi più giovani.

In questo modo abbiamo affrontato i giorni di formazione “a cuore aperto”, mostrando le nostre fragilità e i nostri punti di forza rispettivamente per essere aiutati a migliorare e per uno scambio reciproco, in quanto un elemento di debolezza per un animatore poteva essere quello di forza per un altro

Nell’affrontare dei temi scelti sulla base di un gioco creato dai relatori chiamato “grande gioco dell’animatore familiare”, in cui ad ogni casella corrispondeva un’immagine legata ad una foto, ci siamo concentrati sull’analisi delle emozioni che proviamo, sul modo in cui le gestiamo in prima persona e come noi animatori possiamo aiutare i giovani nostri animati ad affrontarle.

L’aspetto che ho apprezzato di più è stato il modus operandi con cui i relatori hanno deciso di affrontare ogni tema, ossia partendo dalla descrizione della natura fisiologica delle nostre emozioni (quindi dall’aspetto più concreto e reale) fino ad arrivare al modo in cui le affrontiamo e quindi a toccare il cuore del tema stesso (l’aspetto più centrale ma anche il più astratto).

Dunque, cosa ci ha lasciato questa esperienza?

Tanta gioia, scaturita dall’incontro!!  “Dovete diventare tracce di luce, abituarvi a vivere nell’amore reciproco” ci hanno ripetuto spesso i relatori. Questo è proprio ciò di cui abbiamo fatto esperienza nei giorni della SFAF.  Non siamo stati solo fisicamente l’uno accanto all’altro, anche se ad un metro di distanza, ma siamo stati insieme davvero. Abbiamo formato squadre per i giochi, lavorato in gruppo, creato inni divertenti, condiviso i nostri problemi e scoperto che molti di questi erano comuni; abbiamo trascorso serate a cantare a squarciagola sulla spiaggia e ad urlare “ce la faremo!” per poi battere le mani in segno di speranza; ci siamo ritrovati a fare rap divertenti su basi registrate e abbiamo riso per almeno due ore;  abbiamo fatto una serata in diretta su facebook con le famiglie che scrivevano commenti come a dire “noi ci siamo e navighiamo con voi!!”; abbiamo vissuto insieme l’Eucarestia, con le chitarre di due animatori sempre presenti a creare quell’atmosfera magica, come nella sera della veglia di preghiera in spiaggia; abbiamo guardato insieme il sole tramontare e sorgere di nuovo; ci siamo svegliati alle 7 di mattina per tuffarci in quel mare cristallino, dopo aver camminato a stento sui sassi; abbiamo aspettato in acqua che il sole sorgesse dietro le montagne, animatori e relatori, senza distanze (se non quelle per le misure covid). Ed è così che faceva Don Bosco, padre maestro e amico.

Una scena spettacolare. Noi con lo sguardo fisso a nord est in attesa di vedere una grande Luce superare l’ostacolo delle montagne e riscaldarci il volto, vedere una tale luce insieme ad ottimi compagni di viaggio, pensare alla fortuna di poter vivere una tale esperienza profonda con una comunità di persone a cui affidarti. Qualcosa di indescrivibile!! Sulle note di Simone Cristicchi “Abbi cura di me”, un animatore particolarmente legato a questa canzone ha sottolineato l’etimologia della parola ‘cura’, che deriva dalla radice ku-/kav- ‘osservare’.  Noi alla SFAF non ci siamo semplicemente visti, ma ci siamo davvero osservati, ponendo attenzione su chi ci stava accanto.

Così ci siamo sentiti- e molti l’hanno dimostrato anche versando lacrime di commozione- quando abbiamo aperto delle bottiglie con i nostri nomi in cui ognuno aveva scritto dei bigliettini per gli altri.  Leggere commenti firmati con descrizioni, consigli e come gli altri animatori e formatori hanno percepito il nostro modo di essere è stato qualcosa di immenso.  Leggere che le persone con cui hai condiviso giorni così pieni si sono accorte di te e hanno saputo cogliere la tua vera bellezza.  All’improvviso, senza che ce ne accorgessimo, ci siamo sentiti amati. 

Ed è proprio questa consapevolezza che ci serviva per afferrare il timone della nostra vita e navigare a mare aperto!!

Grazie

Caterina Cossiga

 

Marta Rossi

Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione alla Lumsa di Roma con una tesi sul giornalismo nel terzo mondo (caso analizzato: Radio Don Bosco dei salesiani in Madagascar). Mentre frequentavo gli ultimi due anni di corso, ho seguito la scuola di giornalismo dell’Università e ho superato l’esame di Stato per giornalisti professionisti. Sempre durante l’università,