30 Agosto 2016

Antonio e Maria Grazia raccontano la propria esperienza
PAESTUM, 23 AGOSTO 2016

La storia di Antonio e Maria Grazia moglie e marito dal 2004, con due figli – Ester di 11 anni e Giuseppe di 9 – ha due inizi, due partenze. La prima nel 1988, anno nel quale si sono conosciuti e fidanzati. La seconda nel 2013 anno in cui diventa Papa Francesco che ha cambiato per sempre la vita di Antonio, e di conseguenza anche quella di Maria Grazia.

“Ci conosciamo dal 1988 e dopo un lungo fidanzamento di 17 anni, nel 2004 ci siamo sposati. Veniamo dalla provincia di Caserta, da Casal di Principe e abbiamo due figli: Ester di 11 anni e Giuseppe di 9 anni”, inizia a raccontare Maria Grazia.  “Della nostra storia che possiamo dire? Ci siamo conosciuti da giovani, lei aveva 17 anni io ne avevo 19, eravamo spensierati, incoscienti però posso dire che siamo cresciuti insieme”, aggiunge Antonio.

Si definiscono “una coppia in cammino”, per ogni ruolo della loro vita. Come sposi, come genitori, soprattutto nella fede. Un cammino segnato da alcuni incontri che hanno cambiato il corso della loro vita, sia personalmente che di coppia, di famiglia.

E’ stato un lungo cammino, che ancora adesso prosegue. Infatti ci definiamo una coppia in cammino in tutto per tutti i ruoli; in particolare in questo momento con la fede, nel lavoro, nell’educazione dei figli – prosegue Maria Grazia -. E’ un cammino molto attento agli incontri la nostra vita, soprattutto nell’ultimo anno, che a noi piace definire il nostro anno di grazia che è nato dalla misericordia; quella misericordia che ti nasce nella “pancia”, è proprio grazie all’incontro con gli ultimi che alla fine ci hanno arricchito”.

Maria Grazia parla lentamente, sottolinea le parole, rivive quelle emozioni, i tuffi al cuore di chi “incontra” colui che cambia la vita. Antonio riprende il filo del racconto e prosegue: “Possiamo dire che la nostra vita ha vissuto un’inversione a “U”, soprattutto negli ultimi due anni. Dal punto di vista personale posso dire di aver vissuto una conversione sulla ‘via di Damasco’ come San Paolo, nel senso che in questi ultimi due anni ho cambiato radicalmente stile di vita; un po’ dovuto a una presa di coscienza della mia condizione di vita reale, poi la mia situazione lavorativa. E a un certo punto mi sono posto delle domande e ho deciso che non era più giusto continuare la mia vita come stava andando in quel momento, quindi ho iniziato a riflettere”. Il lavoro che cambia, in alcuni momenti viene meno, c’è qualche difficoltà, “una crisi economica è stata la nostra mamma”, aggiunge Maria Grazia e il marito le fa eco: “…che mi ha fatto riflettere, pensare a tutto quello che era il passato. La mia era una critica alla società contemporanea e in particolare al mio settore: io mi occupo di costruzioni, di edilizia e il sistema era abbastanza complicato e poco lecito”. Antonio racconta, con le mani accompagna i gesti per spiegare una storia che lo ha cambiato per sempre. “Ho avuto questa presa di coscienza, a partire dall’incontro con il nostro parroco (il parroco è il successore di don Peppe Diana, ucciso dalla camorra nella sagrestia prima di celebrare la messa, ndr), con il quale abbiamo iniziato un dialogo, io ho iniziato a esprimere il mio disagio, la mia intolleranza verso questo sistema che in un certo senso mi costringeva a sottostare e pian piano è iniziato questo ripensamento. Io così definisco la mia conversione”.

Riprende Maria Grazia: “E’ stato sempre bello questo cammino,  cominciato un po’ da me perché facevo catechismo ai bambini. Noi non veniamo da realtà associative come questa bella dei salesiani che ti forma, ti aiuta nella crescita, che ti accompagna  anche nelle fasi della vita. Noi abbiamo avuto sempre un atteggiamento religioso normale di quelli che a volte la domenica, sicuramente Pasqua e Natale. Poi ci siamo accorti che noi mettevamo in pratica la parola Cristo senza conoscerla realmente, però era quello che facevamo nella vita. Quindi ci siamo detti: andiamo oltre questa cosa nella vita. Facendo io catechismo, impegnandomi in parrocchia, partecipando anche alla catechesi adulti, lui mi ha seguita… Non è stata mai un’imposizione”.

A questo punto, Antonio riprende la parola per raccontare il secondo inizio della sua vita, l’incontro che lo cambierà per sempre e che darà un volto nuovo alla sua famiglia. “La svolta decisiva a questa nostra decisione di partecipare e di vivere la vita della coppia in comunione con la chiesa e con la comunità religiosa è avvenuta con l’avvento di Papa Francesco”. “In passato non è che non fossi credente…vengo da una famiglia molto cattolica, mio padre è stato uno studioso della religione,  però mi sono posto sempre molte domande e la cosa che non mi piaceva della chiesa era perché quando si presentava come una chiesa di “élite”, distaccata e più presa ai propri bisogni che verso i propri fedeli. Con la venuta di Francesco, le scelte drastiche, i cambiamenti e le novità che ha portato nella chiesa mi si è aperta una via: diceva le cose che io avevo sempre pensato e creduto anche da laico e in questo momento venivano rafforzate. Allora mi sono detto: “Ma io non vado in chiesa tutte le domeniche, forse a volte sono stato scettico, però le cose che ora sta dicendo Papa Francesco cioè predicare la misericordia, carità, rispetto verso gli ultimi nel mio piccolo l’ho sempre fatto, ho sempre creduto in queste cose”.

E mentre Papa Francesco cambiava la loro vita, facendo vivere ad Antonio l’esperienza della conversione del cuore, Maria Grazia inizia inconsapevolmente il loro cammino verso i bisognosi, verso il prossimo.

“Una sera io uscivo dal catechismo e vedo queste due persone, un ragazzo e una ragazza di 26 anni lui  e 20 lei. Il parroco dice che questi due ragazzi hanno dormito tre giorni e tre notti su una panchina davanti alla chiesa, era il mese di novembre, e che bisognava dargli un ricovero per la sera”, ricorda Maria Grazia. “Ci siamo organizzati e li abbiamo portati a dormire in una cooperativa sociale. Il giorno dopo, tramite il sindaco e l’assistente sociale, li abbiamo portati in comune. Però – ricorda Antonio – l’iter burocratico per aiutarli era complesso, lungo e noi avevamo bisogno di una risposta immediata. Impegnandoci in prima persona con loro, siamo riusciti a convincerli a tornare almeno per il momento dalle loro famiglie di origine”.

Nel frattempo, la badante che si occupava dei genitori anziani di Maria Grazia e Antonio deve lasciare la loro casa e allora loro gli propongono di trasferirsi per accudirli. I due giovani accettano e loro aprono le porte di casa loro.

Antonio ricorda l’inizio difficile, perché i due giovani “hanno una storia molto difficile alle spalle, autostima uguale a zero. In particolare, un episodio forse ha segnato il mio cammino futuro. La prima sera che stavano da noi, gli stavamo spiegando quali erano i loro compiti e poi ho chiesto a Daniele (il ragazzo): per favore aiutami ad aggiustare questo pezzo del lettino di papà. Lui ci si mette e in cinque minuti lo aggiusta. Per me è stato normale dirgli bravo. Nel momento in cui ho detto questa cosa, lui scoppia in lacrime e mi chiede se veramente pensassi che lui fosse bravo a fare qualcosa. In cuor mio mi sono sentito morire e gli ho chiesto: scusa, cosa stai dicendo? Mi risponde che mai nessuno nella sua vita gli aveva detto una cosa simile e che io ero la prima persona ad avere detto una cosa del genere. Questo fatto mi ha segnato, mi ha riempito il cuore di gioia nel vedere questo ragazzo piangere di felicità e da allora in poi è stata una folgorazione”. Daniele e Luisa, con le loro fragilità, le mille difficoltà, toccano il cuore (grande) di Antonio e Maria Grazia. Li conquistano e loro gli danno fiducia. “Perché noi abbiamo deciso di dedicarci a loro, a prescindere dal rapporto lavorativo che poi è stata un’opportunità da dargli e un modo per educarli, per dire: vi accogliamo in casa nostra, provvederemo a tutto noi però voi in cambio devi metterti in condizione di fare qualcosa. Devo dire la verità, sono stati dei momenti difficili: loro avevano bisogno di sicurezze quindi di essere seguiti… Per noi sono diventati i nostri due figli, noi li definiamo i nostri due “angeli”. Abbiamo fatto, in accordo con gli assistenti sociali, un percorso di vita. Quando è venuto a mancare mio padre si sono spaventati molto perché temevano di dover andare via ma noi gli avevamo assicurato che anche nel caso mio padre fosse morto avremmo continuato a provvedere loro”.

Luisa quindi rimane in casa e bada alla mamma di Maria Grazia e alla casa, mentre Daniele è stato assunto nell’azienda di Antonio.A Daniele per fargli capire che si doveva dar da fare, gli ho proposto un’assunzione nella mia azienda e ora veramente ha fatto un percorso completo… Oggi è un ragazzo che ha una buona autostima anche se è ancora molto fragile, sta superando tutti i traumi che aveva subìto e ora si sente a casa, questo fatto ci riempie il cuore di gioia. Questo è stato uno dei primi incontri di “coincidenze” le chiamiamo. Ci siamo poi dedicati anche ad altre persone…”.

Dopo Luisa e Daniele, altre tre ragazze sono entrate a far parte della famiglia di Antonio e Maria Grazia. Racconta Maria Grazia: “In particolare ci siamo occupati di una famiglia molto disagiata: su quattro ragazzine, tre hanno handicap fisici e a livello psicomotorio. Anche loro sono entrate a far parte della nostra famiglia, le abbiamo per un po’ ospitate a casa nostra con l’affido condiviso temporaneo in rete con la parrocchia, che in tutte queste esperienza è stata fondamentale con la presenza del parroco e anche  dei servizi sociali.  Il problema di queste sorelle era che non riuscivano a integrarsi, mai a inserirsi nelle attività estive. Quindi piano piano e con le loro difficoltà, abbiamo cercato di inserirle in progetti in cui fossero presenti i giovani… Naturalmente è difficile…”.

“Però – aggiunge Antonio – stiamo facendo anche con loro un lavoro per fargli capire che hanno una dignità come persone, facendole stare con noi in casa: infatti abitano a casa nostra da un mese e mezzo. E’ stata bella inizialmente l’integrazione con i nostri figli che non immaginavamo collaborassero così tanto con un impatto così difficile. Invece si sono disposti benissimo (naturalmente con le loro gelosie) a giocare e legare con queste persone”.

Questo tipo di incontri, come li chiamate voi, come lo avete vissuto come famiglia? Risponde Antonio: “E’ stato un arricchimento ma è stata anche una cosa naturale: nel senso che noi quando sono venuti Daniele ed Luisa a casa nostra, abbiamo chiamato i nostri due figli ci siamo seduti tutti sul divano e abbiamo raccontato loro di due ragazzi che avevano problemi, con un brutto periodo, forse come potrebbero passarli mamma e papà, e che avevano bisogno di qualcuno che si prendesse cura di loro e che avrebbero iniziato a far parte della nostra famiglia. Abbiamo detto che loro, i nostri figli, sarebbero naturalmente rimasti i nostri gioielli, però ci sarebbero state queste persone che avrebbero fatto parte della nostra famiglia. All’inizio si sono sentiti un po’ minacciati ma ora Daniele e Luisa sono come fratelli maggiori e si sono talmente abituati a loro che ci litigano anche spesso. Non sono più visti come persone estranee ma come membri veri e propri della famiglia”.

Gli incontri però non sono finiti. Ne manca un altro, con due ragazzi del Mali, rifugiati politici. La famiglia di Antonio e Maria Grazia fa parte del progetto “Rifugiato protetto in casa” della Diocesi di Aversa e ospita due giovani rifugiati politici. Questa è un’altra storia importante che ci è stata proposta e che abbiamo accettato anche se eravamo un po’ titubanti. Proprio a noi personalmente ci ha messo in crisi la paura del diverso”, inizia Maria Grazia. Prosegue il marito: “Avevamo paura di non essere in grado di capire veramente le esigenze e le difficoltà di questi ragazzi e di non essere all’altezza. Invece dal primo incontro, quando sono venuti una domenica pomeriggio a casa, è stato così naturale che sono passate tre ore e i ragazzi hanno cominciato a giocare con loro in modo del tutto naturale. Per noi è stato un rilassarci perché abbiamo riconosciuto la gioia di questo altro incontro”.

E quando qualcuno gli chiede: ma perché lo fate?, la risposta è sempre una, forte e chiara: “Questo è il nostro essere cristiani, altri sceglieranno un’altra strada. Noi non intendiamo dire che facciamo meglio rispetto ad altri, non siamo proprio niente e nessuno per dirlo però questa è la nostra strada che percorriamo”, risponde sicura Maria Grazia. “Siamo fieri, orgogliosi e felici di questi incontri perché ci hanno cambiato la vita. Papa Francesco continua a sorprenderci e accompagnarci tutti i giorni della nostra vita anche con l’esortazione dell’ Amoris Laetitia. Alla fine, anche in questo percorso che stiamo facendo,  vedi che poi alla fine la misericordia, il Vangelo la parola di Dio significano uscire e quindi ti metti a disposizione”, aggiunge Antonio.  “Poi piano piano cresce l’impegno, incominci a riconoscere il tuo incontro, ti attivi e tutto questo lo riportiamo nel quotidiano. Molte persone ci chiedono se crediamo di poter cambiare il mondo.  E noi rispondiamo che questi sono i nostri incontri e sono cose che sentiamo dentro ed è un percorso guidato che nel nostro piccolo può fare la differenza. Non ci siamo mai fatti problemi: abbiamo sempre visto persone bisognose e la nostra scelta è stata quella di esserci per loro. Naturalmente molti ci hanno criticato, ma noi continuiamo nella nostra missione”.

Autore: Marta Rossi

Marco Diella

Laureato in Psicologia Clinica e di Comunità con la metodologia dell’Analisi Transazionale, specializzato in Fare Formazione presso l’Università Pontificia Salesiana. Sono psicologo e consulente della formazione con anni di esperienza nel mondo del terzo settore e delle organizzazioni. Il tipo di consulenza formativa per il quale vengo contattato è per lo più sulle competenze trasversali,